apr 07 2009

Sergio Dalmasso – Intervento al convegno sul federalismo. Bologna, sabato 21 marzo 2009.

Categoria: Partitoadmin @ 21:34

Il convegno è di grande interesse ed offre contributi e indicazioni molto utili.
Manca forse, però, una sufficiente mediazione su temi che alcuni consigli regionali hanno affrontato ed affrontano riguardo a:
applicazione della Costituzione vigente, così come emersa dalla revisione del 2001, avanzando nell’attuazione delle competenze regionali spinta a trasformare le competenze concorrenti in prevalenti, in base all’articolo 116.

Le questioni toccano sensibilità presenti nell’opinione pubblica, a cominciare dalla critica al “centralismo romano”. E’ ovvio, nelle formazioni di tradizione democratica, il riferimento ad ipotesi federaliste presenti nel nostro risorgimento (quella repubblicana e laica di Cattaneo) e nella prima metà del ‘900, molto lontane dal localismo egoistico e antiunitario agitato negli ultimi decenni.
Proprio il timore verso le potenzialità della Lega Nord spinge forze del centro- sinistra (se si può ancora usare questa espressione) a lanciare queste proposte nella convinzione di toglierle armi di propaganda e lavoro politico. E’ un disegno miope, già sciaguratamente praticato nella politica scolastica (finanziamento degli istituti privati per non lasciare terreno alla destra).

Negli ultimi decenni, anche sulla crisi dei partiti tradizionali, è cresciuta, non solamente nel nostro paese, una spinta a parole federalista, in realtà tendente alla frantumazione statuale, con processi simili alla caratterizzazione reazionaria, razzista, autoritaria, non più escludente il fascismo, propri di gran parte della destra europea.
Il centro- sinistra ha pensato che fosse possibile governare questo processo.

La riforma del titolo V, primo vulnus della Costituzione del 1948, è stato frutto di questa convinzione ed ha offerto alla destra gli strumenti per ipotizzare cambiamenti successivi (il primo sconfitto al referendum del giugno 2006), senza il ricorso a maggioranze qualificate, ma frutto di semplici maggioranze parlamentari.
La riforma si inseriva in un sistema di rappresentanza modificato dal sistema elettorale maggioritario, da accenti presidenzialisti, da crescenti spinte liberiste negatrici di diritti sociali e politici.
La privatizzazione dei servizi, il passaggio da uno stato sociale dei diritti esigibili ad uno delle opportunità, le trasformazioni progressive di scuola, sanità, politiche attive del lavoro sono entrate nel senso comune e hanno contribuito a gravi processi di frantumazione sociale.
L’ attribuzione di maggiori competenze ad alcune regioni (Veneto, Lombardia, in misura molto minore Piemonte e Liguria) approvata con il sostegno del PD e legata al trend nazionale del governo di destra, temiamo che:
produca una maggiore contrapposizione tra territori
rischi di produrre un “centralismo regionale”
spinga (art 114) i singoli territori a chiedere maggiore autonomia gestionale e finanziaria, creando una commistione tra potere amministrativo e legislativo, con contrapposizione tra comuni/regioni e tra regioni/stato
definisca (art.116) un federalismo a geometria variabile e quindi differenziato, con maggiore autonomia legislativa regionale, tale da produrre differenti velocità e conflitti (art. 117) tra regioni e stato su ruoli, modalità legislative, confini di competenza. Questo può convivere con l’unitarietà sociale e l’esigibilità dei diritti?
Inoltre:
la sussidiarietà orizzontale (art.118) si traduce in  crescente intervento dei privati su servizi fondamentali
il federalismo fiscale (art. 119) può accrescere le differenze sociale fra territori, accrescendo la “dualità” del nostro paese

Siamo convinti che:
alcune materie, per la loro complessità, possano essere gestite solamente a livello nazionale. La crisi che viviamo e la frantumazione della scuola dovrebbero dimostrarlo
la domanda di autonomia debba essere raccolta (la sinistra ha sempre sostenuto non il centralismo, ma le autonomie locali), riproponendo l’universalità dei diritti, il rilancio dello stato sociale, evitando processi di secessione morbida che stanno avvenendo in regioni del nord, riponendo nella loro materialità la questione meridionale (storica e sempre più grave), quella centrale (modello economico prevalentemente cooperativistico), quella settentrionale (aree tra le più ricche del mondo a cui lo stato non offre strutture e servizi comparabili a quelle di altri paesi).
L’opposizione alle scelte operate in Lombardia e in Veneto e la preoccupazione per processi avviati in altre regioni, ci fa sottolineare la necessità di una proposta nazionale, da articolarsi nelle situazioni locali che abbia al centro:
definizione unitaria delle competenze di stato e regioni
quadro complessivo su enti locali, città metropolitane…
riposizionamento del concetto di interesse nazionale della universalità dei diritti
ridiscussione dei livelli essenziali, superando logiche economicistiche
superamento della sussidiarietà orizzontale
ridefinizione delle autonomie (e dei LEA) alla luce degli articoli 2 e 3 della Costituzione

Per questo, serve un coordinamento (pochi anni fa tentato, ma di breve durata) anche informale, fra tutte le regioni interessate, che eviti atteggiamenti differenti fra situazioni. Serve soprattutto legare questi temi, che paiono teorici, o per pochi esperti, alla drammatica materialità dell’attuale emergenza sociale, cosa non semplice soprattutto a nord, dove il federalismo fiscale è letto come soluzione quasi miracolistica (teniamoci quanto paghiamo).

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