lug 03 2009

Cambiamenti strutturali, deficit organizzativo, cambiamento del senso comune: Diamo qualche perché alla nostra sconfitta

Categoria: Uncategorizedadmin @ 14:41

La nostra recente amara sconfitta deriva certamente da una scissione (o forse troppe scissioni) di troppo, da una censura mediatica vergognosa ed antidemocratica, da leggi elettorali (l’ultima geniale invenzione di Veltroni) illiberali ed autoritarie, ma anche da motivi più profondi.

La crisi della socialdemocrazia è frontale e a poco vale appellarsi alle specificità dei singoli paesi o all’alternarsi di cicli favorevoli e no.

Già annunciato da Dahrendorf, a metà anni ’80, che la legava all’esaurirsi del modello welfarista, il tracollo dell’ipotesi riformista nasce dall’aver aderito plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarlo (Giuseppe BERTA, Eclisse della socialdemocrazia).

Davanti ad un capitalismo globalizzato, all’aggressione frontale alla forza lavoro, sempre più frammentata, alla progressiva riduzione di diritti conquistati in decenni, alla assenza di prospettive per le giovani generazioni, la socialdemocrazia non offre alternativa, accetta le guerre, le scelte economiche delle multinazionali, le delocalizzazioni, una lettura tutta economica (euro, banca centrale, Trattato di Lisbona) dell’Europa, incurante anche dei tanti segnali negativi (Francia, Paesi bassi, Irlanda). La nascita del PD in Italia, la definitiva trasformazione blairiana del Labour, il tentativo di Royal nel partito socialista francese, propongono un definitivo superamento di ogni legame con ogni residua tradizione, considerata come una remora inutile e dannosa. D’altro lato, D’alema e Veltroni mai furono comunisti e- nel secondo- il riferimento al Partito democratico statunitense è quasi rituale, in un intreccio fra presunta innovazione e contenuta riduzione dei sistemi di garanzia sociale.

Il tutto nella sostituzione di diritti collettivi con quelli individuali, nella trasformazione dell’ipotesi di eguaglianza sociale con la teorizzazione dell’eguaglianza delle opportunità (formazione…), nel passaggio dalla centralità del lavoratore a quella del “consumatore”.

E’ evidente l’esaurimento dei fattori strutturali che hanno segnato la stagione del riformismo socialdemocratico: presenza di partito e sindacato come strutture capillari nella società e nei luoghi di lavoro, esistenza di una forte, cosciente ed organizzata classe operaia, centralità della grande fabbrica, politica di welfare (dalla culla alla tomba) da incrementarsi con la crescita di servizi sociali, conoscenza della propria storia e fierezza della propria identità, ruolo degli stati nazionali nella definzione delle politiche sociali, sistema misto privato/pubblico.

Una (per noi drammatica) inchiesta del “Sole- 24 ore” sulla Piaggio di Pontedera ci dice che i lavoratori con meno di 35 anni ignorano il sindacato e le lotte degli ultimi decenni, che votano a destra portando come motivi i respingimenti degli immigrati operati da Berlusconi (basta con i buonismi!), il fatto che Brunetta finalmente faccia lavorare i “fannulloni”, l’attribuzione di alloggi pubblici agli immigrati, in vece della “priorità nazionale”.

E’ chiaro che si è spezzata la trasmissione di valori, conoscenze, memoria, idealità fra una generazione e l’altra, quella che valeva, anche se in termini un po’ mitici, per la mia (sessantottina) e nel decennio successivo.

La trasformazione strutturale della città è profonda. I quartieri operai che esprimevano identità, strutture solidali, forme di vita e prospettive unificanti sono oggi un coacervo indistinto in cui si intrecciano disoccupazione, precariato, migrazione, timori, paure a cui la destra dà risposte (l’ordine, le ronde, l’identità europea e cristiana). A Torino la Lega apre sedi e sfonda nei quartieri operai e “rossi”. Raddoppia dove si ipotizza la costruzione di una moschea.

In ogni città, Casa Pound, presentando ipotesi solo apparentemente nuove (il superamento dei concetti di “destra e sinistra”) e proponendo un intreccio tra discorso culturale, identitario e pratiche di centro sociale, cresce ed aggrega. Le curve degli stadi sono campo aperto al proselitismo dell’estrema destra.

Il nostro scacco, maggiore a nord che a sud, deriva da difficoltà di lettura e di intervento su:

  • trasformazioni territoriali della “megalopoli padana” (25 milioni di abitanti), una “noncittà”, sterminata periferia senza forma e sentimento, frutto di scelte urbanistiche legate alla peggiore logica capitalistica e alla totale deregolamentazione di opzioni collettive
  • trasformazioni nell’organizzazione aziendale a causa di delocalizzazioni e crisi di intere filiere produttive
  • modello produttivo centrato su piccola e media industria, su quel capitalismo molecolare (Aldo Bonomi) basato su artigiani, famiglie plurireddito…
  • l’idea di società che la Lega, partito degli uomini spaventati (Ilvo Diamanti) propone, esprimendo umori, aspirazioni, paure, rancori dei nuovi ceti sociali e proponendosi come tramite verso Roma delle istanze del nord produttivo.

Non ci sono formule, slogan, soluzioni risolutive. Per una risposta, almeno abbozzata, una forza comunista non può non intrecciarci con quanto opera (gruppi, associazioni, settori di intellettualità…) nella società.

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feb 17 2009

Brevi note (ovvietà) sulle elezioni in Sardegna.

Categoria: Partitoadmin @ 01:07

Il dato sardo conferma lo spostamento a destra nel nostro paese.

Perde un candidato serio, diverso dall’immagine del “politico” che aveva dato speranze alla regione e, almeno su alcuni temi (no al turismo di rapina, questioni ambientali…) ottenuto risultati positivi.

La differenza fra i candidati alla presidenza è di 9 punti, ma diventa di 14 fra i partiti che li sostengono.

Crescono il PDL, trainato dalla continua presenza di Berlusconi, va bene l’UDC che sarà risucchiata a destra (al di là delle favole raccontate dal PD, anche nostrano che ha corteggiato per mesi Teresio Delfino); triste la presenza con la destra del Partito sardo d’azione (da Emilio Lussu e Silvio il salto è molto preoccupante).

Il PD perde, sulle politiche, l’11%, a dimostrazione di una crisi profonda, già manifesta nel voto abruzzese e nella caduta libera in Campania. Questa volta, nonostante la figura di Soru, non hanno pesato le favole di Veltroni su sorpasso e voto utile.

Rifondazione ottiene il 3,1%, quanto aveva raccolto l’intero Arcobaleno. Perdiamo l’1% sulle regionali, ma, come in Abruzzo, diamo segni di vita e di lieve ripresa. Ricordiamo che nell’isola, al nostro congresso, ha largamente prevalso la mozione 2, ma non ha avuto peso la scissione di Vendola.

I comunisti italiani con il 2% crescono lievemente sulle regionali 2004 (1,86%). Sottolineo che la somma dei due partiti è del 5,1% (non erano presenti Sinistra critica e PCdL), superiore allo sbarramento del 4% voluto, come un sol uomo, da PDL, Lega, PD, Di Pietro, UDC. Un motivo in più per insistere su liste comuni, aperte a gruppi, associazioni, culture…

Scarso il risultato della Sinistra (1,5%). Non generalizziamo: nel 2004, i Verdi avevano lo 0,9%, non vi è stata scissione in RC, in Sardegna Sinistra democratica è debole. La lista dei Rossomori (buon risultato) è classificabile nella sinistra. Resta, però, la debolezza di un progetto che ripropone, di fatto, l’Arcobaleno, contro il quale noi dobbiamo rilanciare un processo di ricostruzione di una presenza comunista, di ridiscussione a tutto campo, di confronto largo ed aperto (cosa sperata e non pienamente verificata quanto Rifondazione nacque).

Alcune considerazioni:

  • il PD, dopo aver contribuito alla caduta di Prodi, dopo aver regalato Roma ad un sindaco fascista, dopo gli scandali campani, ha fatto cadere Soru (una sua parte lo ha messo in minoranza sui limiti alle costruzioni). La sua crisi è profonda e potrà avere effetti dirompenti entro breve tempo

  • La destra, nonostante la crisi, vince e stravince, soprattutto nelle aree in maggiore difficoltà.

  • Noi recuperiamo sulle politiche e dimostriamo di non essere scomparsi (quanti, anche al nostro interno, lo hanno detto!). E’, però, chiaro che non recuperiamo sulla crisi frontale del PD i cui voti scompaiono in altre direzioni.

  • Regge bene e recupera il PdCI, mentre il progetto Sinistra democratica- Vendola- Verdi non decolla.

Non è il caso di brindare o di cantare vittoria, ma anche i dati della Sardegna ci mettono davanti alle nostre responsabilità e ci danno qualche fiducia.

Sergio Dalmasso

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